guerra8

Quando musica e danza creano una vibrazione: a tu per tu con Maria Francesca Guerra

Zoe Francia Lamattina

Maria Francesca Guerra è una delle giovani autrici della Vetrina della Giovane Danza d’Autore. Dopo lo spettacolo Electric Counterpoint ci ha raccontato la sua storia e la sua crescita come artista e i motivi per cui ha scelto la danza.

Quando hai iniziato a pensare alla danza come un mezzo di espressione che poteva appartenerti?

Credo di averlo saputo fin da piccola, perché ho sempre detto ai miei genitori che avrei voluto “fare la scuola per lavorare nel circo” e anche se non sono diventata un’artista circense, ci sono andata vicino. Ho iniziato a studiare danza quando avevo 6 anni ma ho lasciato quasi subito per proseguire con un gruppo di amiche pallavolo per ben 10 anni. Ho incontrato di nuovo la danza durante le scuole superiori, in un periodo adolescenziale in cui ero molto in crisi. Avevo una grande necessità di espressione e quindi ho provato a sperimentare varie arti tra cui il canto, la musica, il teatro: quella che ha prevalso sulle altre è stata la danza.

Ricordo che al corso di teatro il mio insegnante mi fece vedere la Danse de la sorcière (la danza della strega) di Mary Wigman: e in quel momento ho capito che era possibile unire la teatralità con la danza, varie espressioni artistiche si potevano integrare e ho pensato che era proprio quello che faceva per me!

In realtà a un certo punto del mio percorso ho capito che era un’esigenza fisica, cioè che inconsciamente è stato proprio il mio corpo a farmi scegliere la danza piuttosto che frequentare il conservatorio o altro; mi sono resa conto che la mia ricerca e la mia crescita aveva bisogno di passare e maturare attraverso il corpo.

Questo lavoro è strettamente collegato alla musica, raccontaci come è nata questa scelta di unire le due arti e il tuo rapporto con la musica.

Unire due arti, musica e danza è stata un’esigenza e il frutto di una riflessione che feci circa 10 anni fa quando conclusi l’Atelier di Teatro Danza alla Paolo Grassi a Milano. Era una riflessione sulla vibrazione: la musica e la danza per me sono strettamente legate perché il musicista se non compie un atto fisico non produce un suono; il suono è movimento, è una vibrazione e allo stesso tempo il movimento produce un suono perché anche se impercettibile è comunque presente (lo stesso respiro è un movimento e ha un suono).

Suono e movimento sono strettamente legati per cui partendo da questa riflessione nasce la mia ricerca e il mio interesse a esplorare un territorio al limite tra la musica e la danza. Un esempio in particolare è la performance che ho presentato l’anno scorso per la selezione alla vetrina, Sinfonia per Corpo Solo: questo lavoro è stato impegnativo perché l’intento era abbastanza ambizioso ovvero quello di concentrare nell’azione di un’ unica performer, voce movimento e suono (in particolare dall’interazione con un violino); ci sono voluti diversi anni prima che maturasse e raggiungesse una sua forma e tuttora continua ad essere un progetto che evolve ogni volta che lo ripropongo e che mi ci immergo di nuovo.

Poi quest’anno con Electric Counterpoint mi sono confrontata con un musicista e altre due danzatrici. Il musicista ha affrontato un pezzo in cui la musica incalzante crea una pulsazione direi molto ”fisica” e percettibile che condiziona sia la danza ma anche il pubblico. Su questo brano abbiamo creato una composizione coreografica attenendoci alla sua particolare struttura musicale e modalità di costruzione tipica del minimalismo, alle suggestioni provenienti dalla musica e al beat incalzante e la vibrazione fisica-sonora che crea.  Per me è molto importante lavorare sulla vibrazione come suono e movimento perché è un concetto che sta alla base della vita.

“Tutto questo prima non era” dai una tua interpretazione spontanea alla frase che rappresenta il Festival quest’anno.

Nei giorni del festival parlavo con Federica (Samorì n.d.a.) e le dicevo che ho notato una grande cura per tutte le figure che partecipano al festival e soprattutto ho notato un’enorme cura del personale. Mi è stato spiegato che quasi tutto lo staff partecipa o ha partecipato alla formazione CorpoGiochi (http://www.festivalammutinamenti.org/blog/corpogiochi-off-e-la-cultura-dello-spazio/) maturando un’esperienza fisica ma non solo: una pratica che porta a relazionarsi con se stessi, con gli altri e con lo spazio. Quindi tutte le persone che interagiscono con gli artisti, partendo dalle maschere non sono persone che hanno solo ricevuto delle nozioni teoriche su “come si fa” ma hanno fatto un’esperienza personale e questo si percepisce: c’è una cura differente, un’empatia, un “saper accogliere”.  

Ho avuto modo di conoscere meglio il Festival Ammutinamenti e le azioni dell’Associazione Cantieri da pochi anni, quando ho deciso di propormi seriamente come autrice. Attraverso Nuove Traiettorie, azione alla quale ho partecipato nel 2015, ho conosciuto un po’ di storia e ho constatato che è stata fatta una grande azione nel tempo, in più fronti: non solo nella promozione della nuova danza d’autore – unendo diversi operatori di tutta Italia – ma anche nella formazione del personale che lavora all’interno di Cantieri e del pubblico, con azioni specifiche per le scuole e le famiglie. Penso che questo abbia un valore enorme!
Ne sei un esempio anche tu Zoe, che così giovane m’ intervisti: la trovo una cosa importantissima quella di coinvolgere anche i giovanissimi nel fare esperienze di questo tipo; non solo per fare pratica, ma anche per favorire un dialogo e uno scambio intergenerazionale e far avvicinare il pubblico alla danza contemporanea, a nuovi linguaggi e alla contemporaneità, perché molto spesso c’è una barriera.

Confrontando la frase “quello che c’è oggi un giorno è stato solo un sogno” (che leggevo nella prefazione nel programma) alla mia esperienza come autrice ho pensato che è stato esattamente così anche per me. Non avrei mai pensato di diventare veramente una danzatrice o l’autrice di miei lavori, o meglio: lo pensavo e lo desideravo, ma non credevo di poterlo realizzare davvero. E’ stata una necessità che ho maturato piano piano e mi sono accorta nel tempo che guardare indietro ogni tanto per me è importante, osservare quello che è stato maturato, il percorso fatto e rendermi conto di quanto siano stati importanti i momenti di crisi!

Ho passato diversi periodi in cui non sapevo se volessi veramente continuare questo arduo percorso da danzatrice: le crisi sono state importantissime perché, nel momento in cui le ho superate e ho scelto di continuare, è stato un passo in più che ho fatto verso la costruzione del mio percorso e ovviamente la mia crescita. E’ stata una scelta maturata attraverso tanti momenti sia di gioia che di difficoltà.
La stessa cosa forse può essere per Ammutinamenti se lo paragoniamo ad un grande organismo o ad una persona che è cresciuta e continua a crescere piano piano ma con costanza e determinazione.
Nel fare esperienza è importantissimo osservare il percorso, accettare l’errore perché per crescere bisogna confrontarsi con i momenti critici e Ammutinamenti credo lo stia facendo continuamente mettendosi molto in confronto con gli artisti e con feedback puntuali.

(ph. Dario Bonazza)

silvia-calderoni

Oltre ogni confine con MDLSX: intervista a Silvia Calderoni

Giovanni Barbato

In occasione della centesima replica di MDLSX, andata in scena Martedì 13 settembre presso le Artificerie Almagià, abbiamo intervistato Silvia Calderoni, la formidabile protagonista di questo viscerale spettacolo firmato dalla Compagnia Motus.

Partiamo proprio dallo slogan di quest’anno del Festival: “tutto questo prima non era”. Hai voglia di raccontarmi chi o che cosa prima tu non eri e che cosa invece adesso sei, anche in relazione a questo spettacolo e alle tue esperienze?

Intanto, è bello ragionare su quello che non si era prima invece che ragionare sempre su quello che non si è al presente: in questo modo ti permette di vivere il tempo anche come una crescita.

Ho pensato al teatro, alla danza e al rapporto con lo spazio in generale, ho un’idea molto chiara perché il lavoro è questo: parti dal niente, dallo spazio nero e vuoto e poi costruisci ciò che prima non c’era, o forse ciò che c’è trovi il modo di ricostruirlo in nuove varianti.

Rispetto ad Ammutinamenti e alla città, per me c’è un valore emotivo molto forte sia con Ravenna che con il festival ma soprattutto con Monica. Le mie prime esperienze di lavoro sono state con lei, è una delle persone che ha visto quando non ero e ciò che poi sono diventata, quindi forse lei è stata capace per prima di leggere ciò che prima non era. E questa è una grande capacità, lei ha letto in qualche modo nel passato… Ciò che prima non era, è.

Penso che questa sia un po’ la poetica del festival: dare fiducia, dare la possibilità a giovani artisti, coreografi ma anche a giovani organizzatori, scrittori o fotografi. Ammutinamenti è anche questo: dare la possibilità orizzontale a tutti di affacciarsi alle cose.

Io sono quello che sono perché ho vissuto qui dieci anni e credo molto nell’influenza del luogo sul vissuto personale: sei tu che cresci, che fai, ma sei anche tutto il sistema di relazioni che hai attorno, sei lo spazio che ti circonda, sei la tua famiglia, i tuoi genitori. Sei tu che scrivi quello che sei, ma è anche ciò che hai attorno a scrivere ciò che sei. E in questo lavoro esce tanto del mio rapporto con Ravenna in una forma onirica di riscrittura “post-biografica”, perché comunque non è un lavoro biografico, ma c’è tanto del rapporto con una parte della mia vita.

Veniamo allo spettacolo vero e proprio: che cosa significa MDLSX?

Allora MDLSX è esattamente quello che leggi, un insieme di consonanti che tuttavia può essere letto a livelli differentissimi: ad alcuni sembra un codice fiscale, ad altri semplicemente la riduzione di middlesex, c’è anche chi la legge come una data. E’ un po’ quella cosa che accade a diverse persone, compresa me stessa, che sono per strada, camminano e c’è gente che ti guarda in un certo modo e tu riesci a leggere nello sguardo ti chi ti guarda che stanno cercando di capire cosa sei, e quello sguardo lì è come ti approcci a quella scritta. È chiaro cosa sei: una scritta con delle consonanti; è chiaro cosa sei: un essere umano che sta camminando. Però se provi ad entrare in un altro livello non capisci come queste lettere siano incastrate ed è un po’ quello che è successo a me, che mi succede regolarmente da quando sono nata: molto spesso la mia fisicità è un enigma, il mio essere, il mio corpo, la mia presenza, immediatamente scatta una domanda sull’identità.

La prima cosa che si pone la persona che ti guarda è proprio una domanda. Sei un bel punto di domanda. E questo titolo porta un po’ quel punto di domanda, quel MDLSX non scritto che però è accennato, è storpiato… Però se fai la stessa domanda a Enrico o Daniela (Enrico Casagrande e Daniela Nicolò di Motus, nda) ti rispondono in un altro modo ancora, quindi ognuno ha le sue riletture. Tendenzialmente tentiamo con Motus di mettere in campo molte domande e pochissime risposte, lasciamo abbastanza in apertura. Cerchiamo di scappare dalla figura dei preti ecco.

Quindi mi stai dicendo che più specificamente si parla di sessualità, genere, sesso… quanto c’è del tuo “personale” all’interno di questo spettacolo?

Allora, genere, sessualità e sesso intendiamole come cose separate e se vuoi possiamo anche entrarci, ma a noi come compagnia non ci interessa, non è un lavoro didattico cioè non vogliamo spiegare che cos’è il genere, il sesso, il rapporto d’identità, ci sono persone molto più brave di noi nel farlo. Non è un lavoro su questo ma che sta poeticamente intorno a questo.

Rispetto al mio personale, internamente c’è tanto. Ma è una biografia emozionale, mi piace descriverla così. E’ un lavoro molto classico, nel senso che è narrativo: c’è una storia che viene raccontata, quella storia però non è la mia storia personale, semplicemente coincide da un punto di vista biografico-emozionale appunto, quindi molte cose che accadono io le ho provate, semplicemente non sono esattamente quell’esperienza raccontata nello spettacolo. Ad esempio ad un certo punto parlo di un fratello, io sono figlia unica, per me mio fratello è Enrica (un’amica di Silvia, nda). Il tipo di emozione che metto dentro a quella figura, soprattutto nell’ultima scena, per me è il tipo di emozione che ho come rapporto con lei.

Il lavoro comunque racconta di intersessualità ed io non sono intersessuale, però per me rappresenta la metafora della mia vita rispetto a come io ho vissuto la mia fisicità e la mia identità; ma è anche metafora di come mi sono approcciata al teatro.

Oggi c’è la percezione che l’identità sessuale e tutto ciò che ci gravita attorno sia a tutti gli effetti un argomento dominante, è un qualcosa che è venuto fuori prepotentemente negli ultimi anni, ma esiste davvero questa esigenza? Perché è importante parlarne?

Allora, posso dirti perché è importante per me: forse è emersa in questi anni, ma per me stessa è uscita ben prima, più o meno è venuta fuori quando sono venuta fuori io… è un’esigenza mia di mettere in campo qualcosa con cui ho a che fare veramente da sempre. Poi in questo momento c’è un’attenzione rispetto alla tematica gender, in più noi “creature bizzarre” ultimamente siamo anche di moda. L’attenzione c’è, è vero, allora usiamola.

Nella descrizione dello spettacolo citate una frase di Paul B. Preciado: “il cambiamento necessario è talmente profondo che si dice sia impossibile, talmente profondo che si dice sia inimmaginabile. Ma l’impossibile arriverà e l’inimmaginabile è inevitabile”. Che futuro vedi per il movimento LGBTQ, si arriverà ad una normalizzazione ad una rivoluzione nella società classica tradizionale?

Si ci sarà… non posso risponderti il contrario, se mi chiedi se ci sarà una rivoluzione: si ci sarà! E’ molto idealistico quello che dico, è chiaro, ma non avrei mai risposto così se qualcuno non mi avesse fatto questa domanda, non inizierò mai un discorso dicendo: ci sarà una rivoluzione…

Io spero… no, non “spero”: ci sarà. Basta sperare le cose.

Il Garage Sale d’inizio festival

Emma Graziani

Ammutinamenti polaroid story

Zoe Francia Lamattina

“Tutto questo prima non era”

Quest’anno Ammutinamenti celebra il potere dei ricordi. Ho creduto che valesse la pena ricordare alcuni momenti di quest’anno con la magia che solo le polaroid riescono a dare.

Le foto che ho scattato sono state esposte dentro Artificerie Almagià durante le ultime giornate della Vetrina della Giovane Danza D’autore.

unnamed-4unnamed-6

Per chi non fosse riuscito a vederle, eccole:

unnamedunnamed-2unnamed-1

fortuni2

Io e Olimpia Fortuni

Guarda e impara

Io ed Olimpia non ci conosciamo molto, qualche ciao, qualche parola al volo quando ci si incontra, niente di più, anche se lei fa parte della categoria di persone che “conoscono mia mamma”.
Ho visto il suo spettacolo al MAR, all’interno della rassegna Vetrina della giovane danza d’autore, ed ora sono in difficoltà, perché solitamente mi viene spontaneo scrivere a proposito di quello che vedo ed invece non ci riesco questa volta.
Sto aspettando da ieri, ci penso e ci ripenso, ma ho perso le parole [cit.] perché mi sono completamente lasciata sopraffare da quello che ho visto.
Questa sarà una di quelle volte in cui scriverò per gioia.

La musica.
Il costume.
Il movimento.
Le sensazioni.

Entro che lei è già in scena, al buio, le sedute sono in terra, scomode, si fa buio totale e per una manciata di secondi non si vede davvero nulla, niente proprio, che è una situazione che capita raramente, almeno a me, perché anche quando dormo una spia accesa (che sia il telefono, il computer, il nintendo) c’è sempre.
Già questa sensazione mi spiazza perché mi perdo.
Poi arriva la luce e c’è lei, completamente vestita con una tuta blu, cappuccio in testa, di spalle.
Parte la musica e sopra c’è un tizio che parla in spagnolo, qualcosa a proposito del sistema, dell’economia, ma non posso affermarlo con certezza.
Poi lei si gira e ciao.
Sul cappuccio, al posto della faccia di Olimpia, c’è un pezzo di stoffa rossa (ad un certo punto ho pensato che fossero un paio di mutande) che ha la tipica espressione dello spaventapasseri.
E’ un’immagine piuttosto inquietante.
E lei comincia a danzare, a danzare per davvero, su della musica vera, che non è così scontato, anche se forse dovrebbe esserlo, ma nella mia breve esperienza nel mondo della danza ci sono troppi spettacoli immobili e privi di musica.
Ed io sono troppo old school per questo.
Insomma Olimpia danza, e lo fa bene, un movimento ipnotico, morbido, leggero, e mi perdo ancora, stavolta nel disagio, quello bello, quello che ti fa venire voglia di averne ancora, che ti cambia un po’ il concetto stesso della parola.
Attacca il cappuccio al muro e si libera di tutto scivolando verso il pavimento, niente più maschere, rimane lì con la sua schiena nuda e, così come è iniziato, ritorna di nuovo tutto buio.
Cos’era?
Un fantoccio?
Una metafora della nascita?
Della crescita?
Della liberazione dal sistema?
Non credo sia così importante adesso.
Perché sono contenta.
Grazie.

(ph. Vincenzo Pioggia)

Danza urbana in bianco&nero

Emma Graziani

Sperimentazioni visive sulla danza urbana

Jack Bazzocchi

C’è una new entry nel team dei giovani blogger per l’edizione 2016 del Festival Ammutinamenti: Giacomo Bazzocchi, meglio conosciuto come Jack su YouTube.
Uno spigliatissimo quattordicenne che ha sperimentato la videocamera anche fuori dal suo contesto usuale, per raccontarci – secondo il suo brioso e spontaneo punto di vista – gli spettacoli di Danza Urbana di sabato 10 settembre ad Ammutinamenti.

Si comincia nel cuore del centro di Ravenna, da piazza San Francesco, con Elias Aguirre & Alvaro Esteban e Entomo, per poi proseguire in piazza del Popolo con Sharon Fridman e ¿Hasta donde..? e terminare con The fifteen project-duet della compagnia Arno Schuitemaker alle Artificerie Almagià. Buona visione!

gx702268

Das spiel di Bedosti: il gioco è corrispondenza di affetti

Guarda e impara

Il programma di sala mi dice che l’artista – Alessandro Bedosti – in Das spiel ha intrapreso un percorso di rivelazione assieme ad Antonella Oggiano, sua amica da anni, basato sul trascorrere molti giorni seduti su di un vecchio tappeto.
Lo stesso artista ci informa, poco prima di entrare in sala, che siamo liberi di fare quello che vogliamo durante lo spettacolo, compreso dormire.
Sapere che ho la libertà di poter non stare attenta è una cosa che mi rilassa molto e mi oriento subito verso l’idea di una pennichella.

Cosa che non succede.

I due hanno indubbiamente una presenza scenica attraente, complice la cornice del corridoio della biblioteca Classense e di alcuni schedari antichi intorno a loro, che li trasportano subito in un’atmosfera piuttosto antica.

È un rito quello che vedo, con lui che subisce una sofferenza che si fa sentire anche da fuori, e lei che se ne prende cura, ma non interessandosene molto. Per tutta la durata della “morte” di Alessandro, lei si occupa di lui, svestendolo e lavandolo con la consueta lentezza che l’arte richiede, come se fosse un gesto che deve e sa fare, come se il legame con lui fosse quasi meccanico, come se quelle azioni fossero semplicemente la cosa giusta da fare.

E funziona. Perché lui “rinasce”.

Rinasce per essere un’altra persona con un altro aspetto, con altri vestiti ed anche con dei capelli nuovi.  Ma in realtà la mia sensazione è che il cambiamento sia solo estetico e che la sofferenza sia sempre quella di prima.
Ed è in questa fase che Antonella diventa affetto e sostegno. E conoscenza.
Conosce l’uomo che ha di fronte, l’uomo che ha aiutato a “tornare alla vita” ed è come se gli dicesse:
“Bentornato amico, come vedi qua la storia è sempre la stessa, ma adesso ce la puoi fare”.

(ph Dario Bonazza)

gx702226

Alessandro Bedosti e Antonella Oggiano: l’espressione di un dono

Francesca Rallo

Ad Alessandro Bedosti Antonella Oggiano, con Das Spiel, sabato 10 settembre spetta l’apertura della XVIII° edizione del Festival Ammutinamenti.

Durante una piacevole chiacchierata, Alessandro ci parla un po’ di sé e di come Das Spiel prende forma.

Inizia il suo percorso di artista frequentando una scuola di teatro a Bologna. Qui tuttavia assisterà ad una lezione di danza, forma artistica che sceglierà di approfondire. Inizia il percorso di danzatore come interprete, per poi sentire il bisogno di proporre una propria visione. Il suo rapporto con la creazione artistica tuttavia è molto particolare.

Alessandro vuole arrendersi alle situazioni che la vita gli propone, non cerca di trasmettere un messaggio o un’intenzione particolare; semplicemente reagisce ad uno stato interiore e a ciò che vive in maniera inconsapevole e, se vogliamo, passiva. Lui stesso ci dice: “vi restituisco quello che la vita mi dona”.

Nel caso specifico di Das Spiel, tutto è partito da una grandissima volontà di conoscere Antonella, con la quale Alessandro aveva lavorato da interprete in uno spettacolo precedente. Lavorare con lei aveva suscitato nell’artista fortissime sensazioni, la percezione che in Antonella e nel suo amore per la danza vi fosse qualcosa di misterioso, segreto, che andava scoperto, compreso e portato alla luce. Le propone di incontrarsi, non sapendo esattamente a cosa ciò avrebbe portato.

E gli incontri si ripetono settimanalmente, ancora oggi, sempre sullo stesso vecchio tappeto di moquette.

Irrompe un giorno in questo processo un problema di salute di Alessandro, che ha suscitato in lui forti emozioni. Emozioni che hanno richiamato delle immagini, delle idee, da lui stesso a volte incomprese. Ma cercare di comprenderle e spiegarle vorrebbe dire chiuderle e rimpicciolirle in un’unica spiegazione fra tante, in un’unica risposta parziale che escluderebbe tutte le altre. Perciò Alessandro e Antonella ce le ripropongono e donano così come sono, lasciandoci liberi di interpretare, rendendoci autori di quello che vediamo.

La performance ha luogo in un angolo spoglio della Biblioteca Classense, riempito dai due attori e danzatori e da pochi altri oggetti essenziali.

Veniamo totalmente assorbiti da un susseguirsi di scene che mostrano silenziosamente la semplicità e sacralità del quotidiano, per poi essere coinvolti in un intenso rituale di guarigione fatto di gesti precisi, lenti e minuziosi.

L’attenzione del pubblico è costante, resa tale dalla leggerezza del contesto in cui il tutto si muove, come il tappeto nudo, gli abiti semplici e i pochi oggetti indispensabili. Ciò non può che generare il sovrapporsi di differenti emozioni, cessato improvvisamente dalla coinvolgente immagine di una gioiosa merenda.

(ph Dario Bonazza)

_dsc1928

BIOMA: a contatto con la nuova generazione di danzatori

Martina Marsico

Domenica 11 settembre alle ore 17.00, Palazzo Rasponi e l’antistante piazza Kennedy hanno ospitato compagnie di giovanissimi danzatori che si sono esibiti condotti da coreografi professionisti, in collaborazione con il progetto Bioma della rete Anticorpi.

La raffinatezza senza tempo e la chiara e forte luce riflessa sulle pietre a vista di palazzo Rasponi si sono rivelate lo scenario perfetto per ospitare questo progetto decisamente diverso dal solito, carico di colori e dinamismo. Il progetto Bioma, infatti, ha voluto mettere in primo piano le performance di giovani adolescenti, danzatori in erba con davvero molto da offrire.

Quattro le performance che compongono il progetto: Phren ha presentato il suo nuovo lavoro Montyon (esercizi pedonali) per un progetto di formazione per giovani danzatori a partire dall’età di 15 anni del Centro Mousiké di Bologna, seguito da Chiara Castaldini; Monica Francia ha portato il suo cavallo di battaglia CorpoGiochi, con le performance Rosso e Bianco (quest’ultima svolta successivamente in Darsena Pop Up) con gli allievi della Scuola Media Montanari e l’assistenza di Francesca Serena Casadio e Federica Samorí; NNCHALANCE con la partecipazione di Centro 21 onlus ha messo in atto una “super-performance” chiamata S U P E R E R O I e, infine, sempre la compagnia NNCHALANCE, insieme alle allieve di NNC DanceLab, ha presentato Puro, un laboratorio rivolto alle giovani danzatrici.

È stato di forte impatto vedere ragazzi e ragazze, della mia età di diverse città italiane, esibirsi con passione in zone a noi ravennati tanto familiari. Palazzo Rasponi ha preso vita non appena sono entrati in scena i danzatori e mi sono sentita trasportata dalle loro performance.

Montyon si è fin da subito presentato come semplice e diretto, gli abiti colorati, l’alternanza di movimenti stabili e instabili, i momenti di solitudine e di coesione e la distruzione e la ricostruzione della camminata hanno creato un bellissimo contrasto con la stabilità e la freddezza della pietra che li circondava. Ad attenuare la luce pallida della cornice seicentesca del palazzo vi era un largo giardino a creare un muro fra il pubblico e la scena. Quest’ultimo ha reso il compito dello spettatore più arduo ma anche più attivo nel cercare di trovare una connessione coi danzatori. Una performance davvero ben riuscita e molto forte l’empatia che ho provato nel poter assistere all’esibizione di coetanei davvero talentuosi.

Il pubblico si è poi spostato dal giardino sul retro all’atrio del palazzo, accompagnato dai ragazzi della Scuola Media Montanari con una toccante accoglienza, che hanno ricordato a genitori, fratelli, nonni, cugini e amici l’importanza dell’ascoltare. Si sono posizionati sulle sontuose scale del Palazzo e, una volta isolati grazie a delle cuffie, ci hanno invitati a rompere la “barriera dello spazio personale”, facendoci avvicinare a loro. Una volta che il mio orecchio si è avvicinato alla bocca di uno dei ragazzi, ha sussurrato frasi a cui, nella vita frenetica di tutti i giorni, non si darebbe alcun peso. Toccante e ben realizzata, la performance Rosso del progetto CorpoGiochi ha sempre moltissimo da offrire e tanti spunti su cui riflettere.

Arrivati al primo piano, noi spettatori ci siamo ritrovati in una regale e spoglia stanza. Ci accomodiamo e possiamo assistere a S U P E R E R O I . Il bello della performance è stato il trasporto emotivo che ha coinvolto e fatto riflettere tutti, infatti, chiacchierando con alcuni degli spettatori mi è stato confidato cosa loro avevano percepito e mi sono subito trovata d’accordo con loro. È, infatti, evidente il superamento della convinzione che un handicap (come la Sindrome di Down nel caso di alcuni danzatori) possa essere solo una limitazione. I danzatori hanno dimostrato come hanno imparato a conoscere il proprio corpo e a saperlo usare con maestria e, a dispetto di ogni differenza, di sapere come sintonizzarlo con quello degli altri danzatori per creare un unico corpo, pronto a dimostrare il proprio valore e le proprie capacità.

Arriviamo alla fine delle performance a Palazzo Rasponi spostandoci in Piazza Kennedy, dove alcune mie coetanee si sono esibite in Puro. Mi sono ritrovata ad assistere alla prova delle ragazze di NNC DanceLab seduta in mezzo ai danzatori del Centro Mousiké che non hanno tardato nell’esprimere il loro apprezzamento per l’esibizione. Quest’ultima, leggera e molto femminile, si è rivelata d’impatto ed semplice. Il tema era la bellezza quasi divina del volteggiante movimento femminile, i passi erano ispirati alla figura della ninfa, mezza donna e mezza dea. Vi è quindi un legame fra la figura corporea e terrena di una ragazza e quella eterea di una dea. Personalmente questa performance mi è piaciuta molto non solo per la sua accattivante semplicità, ma soprattutto per l’immedesimazione, in quanto, ogni ragazza si poteva rivedere in quei fluttuanti passi di danza.

Come sempre un super lavoro da parte dei danzatori, delle compagnie e dello staff del festival. È sempre bello vedere la propria città riunita, disponibile e aperta. D’altronde, senza vita non c’é arte, ma senza arte non c’è vita!

(ph Dario Bonazza)