EPIFANIA DEL MISTERO ANIMALE

Epifania del mistero animale
Conversazione con Teodora Castellucci di Lucia Oliva

Teodora Castellucci si forma principalmente presso la scuola di movimento Stoa di Cesena, a cui si aggiunge una breve esperienza alla Summer School del Laban Center di Londra. Ha presentato il suo lavoro in forma non definitiva in diversi festival nazionali, tra cui Non ho mica vent’anni! e Drodesera. È l’artista più giovane partecipante alla finale.

Puoi raccontarci come è nato à elle vide, il progetto con cui sei arrivata in finale in quest’edizione del concorso Giovani Danz’Autori?

L’idea di partenza è molto semplice: ho voluto mettere in scena, grazie anche alla presenza di mia sorella Agata, due animali, un gallo e uno scorpione. È un lavoro di danza, ma è innanzitutto un lavoro pensato per gli occhi, letteralmente una visione. Anche per questo dico che è realizzato all’insegna della semplicità, della chiarezza. Non c’è nulla di nascosto in quel che si vede in scena, nulla di implicato al di là di ciò che viene dato nell’immediatezza e nella condivisione dello spettacolo. A me non piace quando un lavoro necessita di un apparato esplicativo a parte, quando bisogna ricorrere a teorie complesse per poterlo apprezzare. Anche se tutta la produzione teorica rispetto alla scena è molto interessante, per questo lavoro volevo qualcosa che fosse in scena e basta, assolutamente semplice ed evidente nella sua semplicità. Come processo creativo l’idea è nata da due miei disegni, due figure un po’ strane di animali, a cui ho scelto di dare vita. Di nuovo ho scelto di partire dall’immediatezza del fumetto e del cartone animato, perché sono cose che si danno in modo diretto. Mi piacerebbe che accadesse lo stesso con questi due animali, che in realtà non agiscono ma semplicemente sono. Infatti più che di azioni si tratta letteralmente di una presentazione, la presentazione di un gallo e di uno scorpione.

Come hai definito allora queste due figure, il loro comportamento o piuttosto il loro modo di esistere in scena?

Sono partita dallo studio di dati reali, per esempio ho osservato a lungo foto e documentari per capire come si comportano i galli da combattimento. Ci tengo molto a precisare questo perché quello che mi ispira di più per la danza non è tanto il movimento in sé, in senso astratto. Ovviamente è fondamentale, ma nella mia danza il movimento non nasce mai gratuitamente, è più come un’onda che sgorga da un carattere. Se in scena agisco in un certo modo è perché sono un gallo, non perché ho scelto alcuni movimenti che mi sembrano funzionare e che richiamano la natura dell’animale. Prima c’è stata l’idea del gallo e dello scorpione in forma di disegno, poi i costumi e in seguito la partitura fisica. Il movimento allora sembrerà necessariamente quello dell’animale, perché è maturato secondo un processo ben preciso. Non è l’immagine che si innesta sul movimento ma al contrario è l’immagine che lo crea, in questo modo le azioni si adattano sempre al carattere di personaggi che non fanno qualcosa, non agiscono, ma sono qualcosa.
In realtà non c’è nulla da capire o da scoprire, si tratta semplicemente della natura dell’animale, del suo atteggiamento. Ho cercato di restituirne il modo di essere, come per esempio nel caso dello scorpione che appare estremamente misterioso senza per questo nascondere qualcosa.

Come hai lavorato rispetto agli altri elementi della scena?

Anche a livello visivo tutto è ridotto alla sua forma più semplice, i colori sono estremamente selezionati: solo il nero dello spazio, insieme al rosso e al bianco dei costumi. L’ideazione e la costruzione dei costumi dei personaggi sono state fasi molto importanti, che hanno dato forma anche al modo di muoversi degli animali in scena. Per esempio lo scorpione indossa tacchi a spillo piuttosto alti e il movimento stesso è stato pensato per calzature di quella altezza, in netto contrasto con ciò che faccio io che sono scalza. Questo esempio si adatta anche a elementi più complicati del costume, come i caschi, che hanno richiesto moltissimo tempo per la loro realizzazione. È stato fondamentale il fatto che costruissimo noi stesse questi copricapi, che ne studiassimo la proporzione, prima lavorando sulla creta e poi con la vetroresina. L’aspetto del costruire e del costruirsi come personaggio è anche estremamente divertente, come il travestirsi prima di entrare in scena. In questo c’è un potenziale di trasformazione, un po’come fa Spiderman che quando indossa il suo costume diventa un supereroe.

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